domenica 5 aprile 2026

L'altro Facebook, è tempo di Giuda e noi avvocati del Diavolo

In questo periodo accanto alla figura di Gesù, contestualmente si erge quella di Giuda. Colui che la storia ci tramanda e marca quale persona viscida e riprovevole: quella del traditore, l'individuo che per antonomasia ha creato la categoria di tutti gli esseri spregevoli di questo mondo, passati e futuri. Ma a noi questo giudizio e questa condanna ci è arrivata dal passato, dal pensiero di quelli che han vissuto e giudicato in quell'epoca. Il pensiero poi è rimasto irrigidito ed affiso una volta per tutte nelle parole del linguaggio. È, tuttavia, proprio così? Locke sosteneva che "Le parole sono i segni di delle idee di colui che parla, e nessuno può applicarle immediatamente come segni se non alle idee che egli stesso ha in mente". Orbene le parole di questo giudizio restano ancorate al passato storico, di quelli che han valutato all'epoca dei fatti. Certo erano i testimoni che avevano vissuto 'visivamente' gli eventi e nessuno meglio di loro poteva esprimere un giudizio di condanna più adeguato. È vero, ma è altrettanto vero che nell'immediatezza, nella vicinanza degli eventi vissuti, il giudizio era troppo influenzato dalle sensazioni emotive che l'accompagnavano. Nei secoli successivi la distanza dagli eventi storici annulla e non rimane influenzata dalla componente emotiva immediata che era commista ai 'fatti'. Detto scritto questo mio breve commento, riporto un estratto da "Tre versioni di Giuda", un breve racconto di Jorge Luis Borges, incluso nell'antologia "FINZIONI", dalla versione in mio possesso (Gli Adelphi, 2003, pag. 139 e segg.). (paolo patrone) "...Non una sola cosa, tutte le cose che la tradizione attribuisce a Giuda Iscariota sono false (De Quincey, 1857). Alla maniera d’un suo predecessore tedesco, De Quincey stimò che Giuda avesse consegnato Gesù Cristo per forzarlo a dichiarare la sua divinità e ad accendere una vasta ribellione contro il giogo di Roma; Runeberg suggerisce una giustificazione d’indole metafisica. Abilmente, comincia col sottolineare le superfluità dell’atto di Giuda. Osserva (come Robertson) che per identificare un maestro che quotidianamente predicava nella sinagoga e che faceva miracoli dinanzi a migliaia di persone, non era necessario il tradimento d’un apostolo. Ciò appunto, tuttavia, avvenne. Supporre un errore nella Scrittura è intollerabile; non meno intollerabile ammettere un fatto casuale nel più prezioso avvenimento della storia del mondo. Ergo il tradimento di Giuda non fu casuale; fu cosa prestabilita, e che ebbe il suo luogo misterioso nell’economia 2 della redenzione. Incarnandosi – prosegue Runeberg – il Verbo passò dall’ubiquità allo spazio, dall’eternità alla storia, dalla felicità senza limiti alla mutazione e alla morte; per rispondere a tanto sacrificio, era necessario che un uomo, in rappresentanza di tutti gli uomini, facesse un sacrificio condegno. Giuda Iscariota fu quest’uomo. Giuda, unico tra gli apostoli, intuì la segreta divinità e il terribile proposito di Gesù. Il Verbo s’era abbassato alla condizione di mortale; Giuda, discepolo del Verbo, poteva abbassarsi alla condizione di delatore (l’infamia peggiore tra tutte le infamie) e d’ospite del fuoco che non s’estingue. L’ordine inferiore è uno specchio dell’ordine superiore; le forme della terra corrispondono alle forme del cielo; le macchie della pelle sono una carta delle costellazioni incorruttibili; Giuda rispecchiava in qualche modo Gesù. Di qui i trenta denari e il bacio; di qui la morte volontaria, per meritare ancor più la riprovazione. Così spiegò Nils Runeberg l’enigma di Giuda. I teologhi di tutte le confessioni lo sconfessarono. Lars Peter Engstrom l’accusò di ignorare, o di negligere, l’unione ipostatica; Axel Borelius, di rinnovare l’eresia degli gnostici, che negarono l’umanità di Gesù; l’inflessibile vescovo di Lund, di contraddire al terzo versetto del capitolo XXII del Vangelo di san Luca. Questi vari anatemi influirono su Runeberg, che parzialmente riscrisse il libro riprovato e modificò la propria dottrina. Abbandonò ai suoi avversari il terreno teologico e propose oblique ragioni di ordine morale. Ammise che Gesù «che disponeva delle considerevoli risorse che può offrire l’Onnipotenza», non aveva bisogno d’un uomo per redimere tutti gli uomini. Confutò, poi, quanti affermano che nulla sappiamo dell’inesplicabile traditore; sappiamo, che fu uno degli apostoli, uno di quelli che furono scelti per annunciare il regno dei cieli, per risanare infermi, per mondare lebbrosi, per risuscitare morti e per cacciare demoni (Matteo, X, 7-8; Luca, X, 1). Un uomo cui il Redentore ha così distinto, merita che noi diamo dei suoi atti l’interpretazione migliore. Ascrivere il suo delitto alla cupidigia (come hanno fatto alcuni, sull’autorità di Giovanni, XII, 6) è rassegnarsi al movente più turpe. Nils Runeberg propone il movente contrario: un ascetismo iperbolico e addirittura illimitato. L’asceta, per la maggior gloria di Dio, avvilisce e mortifica la carne; Giuda fece la stessa cosa con lo spirito. Rinunciò all’onore, al bene, alla pace, al regno dei cieli, come altri, meno eroicamente, rinunciano al piacere. Premeditò con lucidità terribile le sue colpe. L’adulterio partecipa della tenerezza e dell’abnegazione; l’omicidio, del coraggio;

le profanazioni e la bestemmia, d’un certo fulgore satanico. Giuda scelse quelle colpe cui non visita alcuna virtù: l’abuso di fiducia (Giovanni, XII, 6) e la delazione. Agì con gigantesca umiltà; si stimò indegno d’essere buono. Paolo ha scritto: «Chi si gloria, si glorii nel Signore» (Ai Corinti, I, 31); Giuda cercò l’Inferno, perché la felicità del Signore gli bastava. Pensò che la felicità, come il bene, è un attributo divino, cui non debbono usurpare gli uomini . Molti hanno scoperto, post factum, che le giustificabili premesse di Runeberg già prefigurano l’assurdità della conclusione, e che Den hemligen Fralsaren è una semplice perversione o esasperazione di Kristus och Judas. Verso la fine del 1907 Runeberg terminò e rivide il testo manoscritto; quasi due anni passarono senza che lo desse alle stampe. Nell’ottobre 1909 il libro uscì con una prefazione (tepida fino all’enigmatico) dell’ebraista danese Erik Erfjord e con questa perfida epigrafe: «Nel mondo era, e il mondo fu fatto per lui, e il mondo non lo conobbe» (Giovanni, I, 10). Il tema generale non è complesso, ma la conclusione è mostruosa. Dio, argomenta Runeberg, s’abbassò alla condizione di uomo per la redenzione del genere umano; ci e permesso di pensare che il suo sacrificio fu perfetto, non invalidato o attenuato da omissioni. Limitare ciò che soffrì all’agonia d’un pomeriggio sulla croce, è bestemmia. Affermare che fu uomo e che fu incapace di peccato, implica contraddizione: gli attributi di impeccabilitas e di humanitas non sono compatibili. Kemnitz ammette che il Redentore poté sentire fatica, freddo, turbamento, fame e sete; è anche lecito ammettere che poté peccare e perdersi. Il famoso passo: «Salirà come radice da terra arida; non v’è in lui forma, né bellezza alcuna... Disprezzato come l’ultimo degli uomini; uomo di dolori, esperto in afflizioni» (Isaia, LIII, 2-3), è per molti una profezia del crocifisso, nell’ora della sua morte; per alcuni (per Hans Lassen Martensen, ad esempio) una confutazione della bellezza che per volgare consenso s’attribuisce a Cristo; per Runeberg, la puntuale profezia non d’un momento solo, ma di tutto l’atroce avvenire, nel tempo e nell’eternità, del Verbo fatto carne. Dio interamente si fece uomo, ma uomo fino all’infamia, uomo fino alla dannazione e all’abisso. Per salvarci, avrebbe potuto scegliere uno qualunque dei suoi destini che tramano la perplessa rete della storia; avrebbe potuto essere Alessandro o Pitagora o Rurik o Gesù; scelse un destino infimo, fu Giuda. Invano le librerie di Stoccolma e di Lund proposero questa rivelazione. Gli increduli la giudicarono, a priori, un insipido e laborioso gioco teologico; i teologhi la disdegnarono. Runeberg intuì in questa indifferenza ecumenica una quasi miracolosa conferma. Dio ordinava quest’indifferenza; Dio non voleva che si propalasse sulla terra il suo terribile segreto. Runeberg comprese che l’ora non era giunta. Sentì che stavano convergendo su di lui antiche maledizioni divine; ricordò Elia e Mosè, che sulla montagna si coprirono il volto per non vedere Dio: Isaia, che atterrì quando i suoi occhi videro Colui la cui gloria riempie la terra; Saulo, che restò cieco sulla via di Damasco; il rabbino Simeon ben Azaì, che vide il Paradiso e morì; il famoso mago Giovanni da Viterbo, che impazzì quando poté vedere la Trinità; i Midrashim, che abominano gli empi che pronunciano il Shem Hamephorash, il Segreto Nome di Dio. Non era egli stesso, forse, colpevole di questo crimine oscuro? Non sarebbe questa la bestemmia contro lo Spirito, quella che non sarà perdonata (Matteo, XII, 31)? Valerio Sorano morì per aver divulgato l’occulto nome di Roma; quale infinito castigo sarebbe stato il suo, per aver scoperto e divulgato l’orrendo nome di Dio? Ebbro d’insonnia e di vertiginosa dialettica, Nils Runeberg errò per le vie di Malmo, pregando a volte che gli fosse concessa la grazia di dividere l’Inferno col Redentore. Morì della rottura di un aneurisma, i1 primo marzo 1912. Gli eresiologhi, forse, ne faranno cenno: aggiunse al concetto di Figlio, che sembrava esaurito, le complessità del male e della sventura."

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